3 gennaio 2007
Appello dell’Associazione ONG italiane per la riconciliazione e la pace in Somalia
L’Associazione delle Ong italiane, con le sue
quattordici Ong operanti in diverse regioni somale da più di un decennio,
intende lanciare alle Autorità somale e alla Comunità internazionale un appello
per la riconciliazione e la pace duratura in Somalia. Evidenziando alcuni punti
di analisi e di proposta che considerano prioritari, le Ong chiedono che il
Governo italiano sostenga con ancora più forza presso l’Unione europea, l’Igad,
l’Unione africana e le istituzioni somale ogni iniziativa politica che favorisca
una reale pacificazione in Somalia e una stabilizzazione dell’area del Corno
d’Africa nel rispetto del diritto e della legalità internazionali.
Gli accordi politici sottoscritti dai rappresentanti delle varie entità somale
poco più di due anni fa, la nuova Costituzione federale e le istituzioni
transitorie concordemente volute e approvate, avevano restituito la fiducia e
ridato una grande speranza di cambiamento dopo quasi quindici anni di caos. La
mancanza di un forte e deciso sostegno internazionale, le divisioni e le lotte
intestine, favorite anche dall’esterno, hanno reso difficile il cammino delle
nuove istituzioni, fino alla ripresa dei combattimenti.
La Risoluzione 1725, votata all’unanimità dal Consiglio di Sicurezza dell’Onu il
6 dicembre scorso anche sulla base di precedenti decisioni dell’organizzazione
regionale Igad e dell’Unione africana, oltre a prevedere l’invio di una forza
internazionale africana per mantenere la sicurezza in Somalia e proteggere le
istituzioni federali, contiene due importanti affermazioni: 1. la Carta
costituzionale e le istituzioni federali transitorie offrono l’unica strada
percorribile per raggiungere pace e stabilità in Somalia;
2. la necessità del coinvolgimento di tutte le parti attraverso un dialogo
politico che includa anche l’Unione delle Corti islamiche.
Queste ultime, anche se impostesi in modo illegittimo con il rifiuto di
riconoscere le istituzioni federali, sono comunque riuscite ad assicurare pace e
sicurezza dopo quindici anni di soprusi, hanno stretto legami con la società
civile, riaperto strutture come il porto e l’aeroporto di Mogadiscio, fatto
diminuire drasticamente la criminalità, reso sicuro il mare dando la caccia ai
pirati. Condizioni mai assicurate dai “signori della guerra” che hanno dominato
nel passato dividendo la capitale e il territorio somalo in feudi per garantirsi
ciascuno, con la forza, un’area di sovranità senza mai alcun beneficio per la
gente.
Le Ong non hanno mai creduto che la via delle armi possa risolvere i problemi
della Somalia. Specie poi se le armi giungono con eserciti stranieri considerati
nemici dalla gran parte della popolazione. La via del dialogo e del negoziato
politico è necessaria ed è l’unica che possa assicurare soluzioni vere e
durature. La presenza di legittime forze dell’Unione africana, come previsto
dalla Risoluzione 1725, va quindi rapidamente assicurata con il supporto
politico di tutta la Comunità internazionale anche al fine di garantire
stabilità e distensione indispensabili per il rafforzamento del dialogo
politico.
L’Etiopia dovrà uscire subito dalla Somalia per lasciare libero spazio a questa
nuova presenza internazionale e favorire i tentativi di pacificazione e
riconciliazione di tutti i somali. Se invece ritenesse di potere continuare ad
agire «da arbitro e da giocatore», mantenendo presenze armate nel paese, allora
si svelerebbe il suo disegno egemonico di controllo del Corno d’Africa e di
“stato gendarme” che agisce per procura nella “guerra al terrore” senza averne
alcun legittimo mandato.
In questo contesto, il presidente Abdullahi Yussuf, costituzionalmente simbolo
dell’unità nazionale, e il primo ministro Ali Mohamed Gedi dovranno riuscire a
rappresentare tutti i somali, ricucire le molte fratture, favorire
l’indispensabile dialogo inclusivo di tutte le componenti della società civile,
le organizzazioni sociali e dei diritti umani, gli intellettuali, gli
imprenditori e i businessmen, fino a negoziare con le Corti perché possano
esprimersi, con pieno riconoscimento, come partito politico nella rinuncia di
qualsiasi opzione armata.
Occorrerà al contempo che sia impedito il ritorno al passato con le prepotenze
delle fazioni e le loro inaccettabili signorie. Impresa ardua, data la rapida
riapparizione dei “signori della guerra” e delle milizie claniche, ma
assolutamente indispensabile. Il ritorno del warlords e dei loro poteri, in
contrapposizione o a fianco delle istituzioni, spalancherebbe le porte a
qualsiasi fondamentalismo che si proponesse in modo alternativo, dato che
attirerebbe ampi e forse definitivi consensi. Per legittimarsi, il governo dovrà
quindi vincere la sfida del monopolio della sovranità, altrimenti risulterebbe
presto sopraffatto da resistenze e poteri forti e dalla sfiducia della gente.
Il cammino è lungo, ma va iniziato subito. Pensare di avere già vinto, di aver
messo in fuga una volta per tutte il potere alternativo delle Corti e di poter
controllare i problematici warlords sarebbe un atteggiamento arrogante e cieco,
che servirebbe solo a nascondere la propria debolezza. Il Presidente e il Primo
Ministro rappresentano, con i membri del Parlamento, le principali istituzioni
frutto dei solenni accordi somali del 2004. E’ questa la loro forza e su di essa
e sulla forza della Costituzione federale, unico riferimento comune nell’odierna
Somalia, dovranno basare la loro azione senza mai travalicarne i limiti.
Dovranno quindi assicurare che il Parlamento, istituzione-madre, si riunisca
quanto prima sotto la presidenza del suo speaker, per potere dare al paese il
segnale dell’avvio del dialogo politico e della volontà di pacificazione e di
riconciliazione.
Le Ong ritengono che, nonostante il delicato e difficile momento che vede la
presenza di truppe straniere prive di legittimità internazionale, vi siano le
condizioni per la riconciliazione, nel rispetto e nella considerazione
reciproca, per il bene del paese e per quello della società somala. Molti sono
infatti i punti su cui potrebbe esserci accordo e che potrebbero unire tutti nel
reciproco interesse, dopo ben sedici anni di guerre e lotte intestine. Da essi
occorre partire, per ritrovare il cammino comune e appianare le divergenze.
Molte ma semplici le richieste della gente per sentirsi rappresentata e per
ritrovare fiducia nelle istituzioni: vivere in pace, muoversi in sicurezza,
potere coltivare, allevare bestiame, commerciare, essere curata, istruirsi,
ricostruire, senza essere vessata, rapinata, taglieggiata. Nella nuova
situazione somala, tutti i cittadini e ogni parte sociale e politica dovranno
sentirsi garantiti ed efficacemente tutelati. C’è una forte attesa in questo
senso, anche in vista della completa smilitarizzazione. Consegnare un’arma senza
avere in cambio garanzie per la propria tutela e sicurezza è una richiesta che
non può essere facilmente esaudita.
Da anni i somali stanno aspettando di ricostruire il proprio paese. Non potranno
farlo da soli. Data l’ampiezza del compito sarà richiesto l’impegno della
comunità internazionale a fianco delle istituzioni e realtà sociali, produttive
e imprenditoriali somale. Tale programma di ricostruzione fisica, economica,
sociale, culturale, morale dovrà prendere avvio quanto prima e sapere rispondere
ai bisogni della popolazione. Sarebbe il migliore segnale del cambiamento. Una
sfida per le Nazioni Unite, l’Europa, l’Italia e per il Governo e la società
somali.
I giochi sono ancora tutti aperti. L’Europa, diversamente dalla negligenza, il
disinteresse e le superficialità dimostrati negli anni passati, dovrà riuscire
ad esercitare il necessario peso politico per influire sui giocatori e dovrà
pensare ad una politica propositiva e di sostegno ad un reale progetto di
pacificazione, stabilizzazione e sviluppo dell’area. Essere inefficaci potrebbe
significare, forse irrimediabilmente, una permanente insicurezza nell’area con
ricadute gravi anche nei paesi europei.
L’Italia potrebbe fornire un importante contributo, dato il serio impegno
mostrato finora. Impegno che, come richiesto dagli stessi somali, va rafforzato
e reso più visibile, accompagnando la mediazione politica con una concreta e
forte azione di cooperazione. L’Italia continua ad essere un paese amato da una
buona parte della popolazione e quindi desiderato e ascoltato. Un suo forte
impegno in Somalia potrebbe dare un rilevante contributo al dialogo interno, per
giungere ad una reale pacificazione e riconciliazione, e a quello esterno con
l’islam e i paesi arabi, dato che la Somalia rappresenta un anello di
congiunzione tra africani e arabi.
Le Ong italiane hanno avuto e continuano ad avere un ruolo importante in
Somalia. Molti i legami esistenti, solidi e fecondi. La conoscenza, la fiducia e
la credibilità costruite negli anni rappresentano un patrimonio straordinario
che le Ong vogliono mettere in gioco anche in questa delicata fase. Chiedono al
Governo italiano il necessario sostegno per potere essere, da subito, più
fortemente presenti per continuare a portare aiuto alle popolazioni e favorire
il dialogo politico e la riconciliazione.
Per informazioni: Cinzia Giudici vicepresidente@ong.it Cell.348 7029622